“Il Piccolo Principe Cannibale”. Una scrittrice, il figlio autistico e la protagonista di un romanzo mai nato.

ImmagineHo trovato questo meraviglioso testo in una bancarella di libri, sommerso da vecchie edizioni di manuali di cucina. Per un estimatore del “Piccolo Principe” non notarlo e non comprarlo sarebbe stata cosa difficile. E per fortuna non ho potuto resistere.

La scrittrice, Francoise Lefevre, ha messo in fila la descrizione del rapporto con il proprio figlio autistico, la propria esigenza di esprimersi attraverso la scrittura e la storia, abbozzata, della protagonista di un romanzo che non ha mai potuto scrivere. Per il troppo dolore. Per il poco tempo ed il poco spazio. Mentale, prima di tutto.

E tutto questo per mostrare al lettore ed a se stessa quanto le emozioni, questo tipo di emozioni, sono intrecciate in modo indissolubile l’una con l’altra.

La protagonista del romanzo mancato, Bianca, è portatrice di tutti quei sentimenti che Francoise, la scrittrice, non può e non riesce più ad elaborare. Bianca è il mondo di Francoise senza Sylvestre, il figlio, un mondo solo abbozzato e marginale ma non per questo meno intenso e profondo.

<<E come si fa a dare un posto a Bianca in queste pagine, dove Sylvestre scava il suo ogni giorno di più? >> (pag.48)

I veri protagonisti, dunque, sono Sylvestre ed il suo autismo. E la storia tratteggia, in modo schietto e carico di suggestioni poetiche, il loro rapporto fatto di sentimenti contrastanti ed opposti.

lefevre

Ecco la prima descrizione del figlio:

<<Sylvestre, io non so come parlare di te. Hai sei anni. Sei mio figlio. Il tuo vero nome è Jean. Da quando hai incominciato ad emergere dal tuo autisimo, ad uscire dal tuo silenzio, qualche settimana fa, hai chiesto che non ti si chiamasse più Jean. Perché? “Jean è morto. È sotterrato nel cimitero. Non era molto interessante. Voglio un altro nome”, Queste sono le tue parole. […] Durante i quattro anni che sono trascorsi mi hai preso tutto. Non ho più voglia di niente. Né amore. Né cibo. Niente. Mi hai compleatamente disseccata. Anch’io comincio a non parlare più. È rassicurante non dire niente.>> (pag. 23)

Un rapporto, quello tra Francoise e Sylvestre, costruito attraverso continui tentativi, da parte della madre, di riuscire a calarsi, con delicatezza e pazienza, nel mondo del figlio.

Un rapporto che sembra essere caratterizzato da una forma di dipendenza difficile da cogliere e, soprattutto, da provare perchè basata su di un linguaggio differente ed unico.

<<So che mi senti. Mi ascolti. L’audiogramma che hai subìto rivela che senti perfettamente. Allora, dove vanno le parole che ti sussurro? Sono certa che si accumulano da qualche parte. Me le restituirai un giorno come quei bambini sulle spiagge che riportano tesori di conchiglie e pezzetti di vetro multicolori lucidati dal mare. Il linguaggio non è fatto solo di parole. Non mi disturba che tu non parli. Sono gli altri che ti mostrano a dito. Siamo in un’epoca dalle chiacchiere incessanti, cicalecci sterili.>> (pag. 61)

Dipendenza che appare essere unilaterale, tanta è l’energia richiesta da parte del genitore, e sfiancante.

<<Se dovessi usare una sola parola per parlare di quell’epoca direi trasfusione. Mi viene la nausea e il capogiro quando ricordo alcune di quelle ore caotiche in cui ho creduto di perdere la vita a furia di infonderti tutta la mia energia. Ho creduto di perdere la testa a lottare contro la tua forza di opposizione, i tuoi rifiuti, le tue ire e soprattutto le tue grida. Le grida mi trafiggevano il cervello. A volte ti avrei ucciso per avermi fatto così male, per aver aspirato con le tue urla tutta la mia poesia. I miei pensieri. La mia buona volontà. Tutto il mio amore. Il mio instancabile amore. Prendevi tutto e non davi niente. Mettevi tutta la tua energia a non dare niente. >> (pag.36-37)

Ma come in tutti i rapporti l’unilateralità è solo sulla carta e ciò che viene messo in campo modifca e contribuisce al cambiamento, nel bene e nel male, di tutti i soggetti coinvolti.

<<Mi hai cambiata profondamente, in un certo senso mi hai resa migliore. O affondavamo nella rabbia e l’impotenza o ci battevamo a volte l’uno contro l’altra e cercavamo nel groviglio complicato del tuo cervello migliaia di strade possibili.>> (pag.69)

Ma la società, la nostra tanto moderna ed accogliente società, tutto questo è in grado di coglierlo? Quale spazio hanno questi sentimenti e come, tutti noi, ci rapportiamo all’autismo e a tutte quelle forme di comunicazione che i più non conoscono?

Lefèvre non ha, al riguardo, molti dubbi: gli altri sono un ostacolo ulteriore e, forse, maggiore. Perchè in un mondo fatto di comunicazioni veloci e poco elaborate, cogliere tutte le sfumature degli “altri linguaggi” richiederebbe del tempo, molto tempo, che pochi vogliono o sono in grado di prendersi.

<<Difficile per gli altri, gli spettatori, capire che gridavi per sofferenza e non per rabbia come di fronte alle mie scarpe spaiate. Anch’io ho messo del tempo a scoprire questa sofferenza, e poi ad accettarla. Non sopporti che gli oggetti cambino posto. La cosa infinitamente piccola che nessuno ha visto, tu l’hai notata. È diventato un tuo punto di riferimento. Se la si tocca, il tuo mondo crolla per metà. Gli altri, quelli che chiamo gli altri, non capiscono niente di tutto questo. Non la smettono di paragonare le tue particolarità con i tratti che riconoscono nei loro bambini: “Sì, è come mia figlia. Come mio figlio. Tutti i bambini sono così”. Quando provo a spiegare loro da dove sei partito, qual è stato il tuo cammino, non ascoltano. Avrò questo problema con i tuoi insegnanti, la tua cerchia più ristretta o la gente che ti vede ogni tanto. Sarà più pesante affrontare gli altri che te stesso.>> (pag. 39)

Altro tema importante che viene trattato con estrema chiarezza è il peso delle parole che non vengono dette. Perchè il mondo occidentale ha relegato il silenzio ad un ruolo marginale e ha smesso di considerarlo una parte importante della comunicazione? Quando riprenderemo ad ascoltare il silenzio? E quando capiremo che, per aiutare i nostri giovani, dovremo anche dare loro lo spazio per potersi esprimere, anche senza chiedere loro di parlare?

<<Già dal giardino d’infanzia la pressione è fortissima. Un bambino che parla presto, secondo la gente e le istituzioni, è intelligente. Un bambino che tace indispone. La forza del silenzio impressiona. Nessuno fino ad ora ha avuto veramente voglia di entrare nel tuo silenzio. Neanche loro vogliono rimettere in questione il loro modo di comunicare.>> (pag. 61-61)

Riporto in conclusione la descrizione che la scrittrice fa di una situazione di vita quotidiana che apparentemente potrebbe sembrare di poco conto ma che viene colta nella sua fondamentale unicità.

<<Non sopporti gli specchi. Quando ti vedi dentro, urli e dici che c’è un altro nello specchio. Non ti piace quell’altro che ti fissa con uno sguardo così nero. Hai cominciato a considerare il tuo riflesso con una certa curiosità verso l’età di sei anni. Era dopo la tua prima seduta dal parrucchiere. Fino ai cinque anni, hai portato i capelli lunghi. Ti sentivi dire un po’ troppo spesso: “Buongiorno signorina!”. Ti ho chiesto se ti sarebbe piaciuto farti acconciare i capelli, tagliare la frangia per liberare la tua splendida fronte. Alta e luminosa. Dato che quest’idea ti faceva piacere, ti ho portato in un gran salone di parrucchiere bianco, pieno di piante verdi, di specchi, di creature femminili vestite come cosmonauti, che si danno da fare con te. Ti tolgono la giacca e ti ritrovi con una cappa bianca, sollevato, seduto sopra una pila di elenchi in una poltrona girevole. Oh, colmo della gioia! La testa all’indietro piena di shampoo, bagnata, non apri bocca; dopo di che, Soizic – è il nome della ragazza che si occupa di te – ti trascina attraverso degli specchi e ti sistema in un’altra poltrona di fronte ad uno specchio a forma di trittico, che moltiplicava il tuo viso all’infinito. Abbassi gli occhi per evitare d’incontrare la tua immagine. Soizic gira le pagine di un immenso catalogo e ti propone modelli di tagli. È il periodo in cui non vuoi parlare né in pubblico né ad una terza persona anche in mia presenza. Mi tiri per il collo affinché sia l’interprete delle tue parole presso la ragazza. Mi dici a bassa voce che non vuoi guardare il catalogo perché è pieno di bambini, tutti brutti e cattivi come all’asilo. Mi dici anche che Soizic sembra gentile quando ti guarda ed è bello portare come lei un anello ad ogni dito. Soizic alza le forbici. Addio riccioli biondi. Ne raccolgo due o tre. Quelli che oggi dormono in una busta. Affronti la tua immagine nello specchio. Soizic smette di tanto in tanto di tagliare e ti fa raddrizzare la testa per controllare il suo lavoro. Ti prende il mento, ti gira il viso in tutti i sensi, gira intorno a te sul suo sgabello a rotelle. Si ferma per sorriderti nello specchio e ti chiede se la tua nuova pettinatura ti piace. Parecchie volte hai evitato il suo sguardo in questo specchio che ti fa paura. Poi, ad un tratto, le rendi il suo sguardo. La fissi nello specchio ed è un miracolino, una parte della tua riconoscenza, sorridi al tuo riflesso. Ti imbaldanzisci, afferri le mani di Soizic, accarezzi i suoi anelli e le dici: “Sono belli. Sono blu”. Poi guardandola: “Anche tu sei bella”. Hai l’aria contenta- il mio bambino ha appena parlato ad una terza persona. Si è guardato felice nello specchio. Tutte cose che i bambini fanno naturalmente. Faccio fatica a trattenere l’emozione.

Fuori c’è il sole. Ti stringo la mano, ti prendo fra le braccia e ballo il valzer con te sul marciapiede che odora di primavera e della linfa degli alberi. E rido nel tuo collo. Di tutto questo amore, questa incredibile epopea che mi fai vivere. Sei uno strano ometto, mi stendi le braccia come se ci fosse un’urgenza ad essere amato.>> (pag.101-102)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in RECENSIONI, SULLA PSICHE. Quando la letteratura e le altre arti affrontano i temi della psicologia. e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a “Il Piccolo Principe Cannibale”. Una scrittrice, il figlio autistico e la protagonista di un romanzo mai nato.

  1. sandrs ha detto:

    E’ sublime come la scrittrice tocca ogni sentimento di una madre che si ritrova a lottare contro la sindrome autistica.
    Ci ritroviamo senza energie…
    Siamo contagiate da quello stato e nel tempo ci sentiamo “mamme autistiche”…
    Ma c’e una forza che sorge dal nostro profondo , proprio nel momento che non hai più un briciolo di energia. , che non ci fa arrendere.
    E’ l’AMORE con la A maiuscola.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...