José Saramago – La caverna

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Italo Calvino – Il Barone Rampante

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Bruce Chatwin – Le Vie dei Canti

Bruce Chatwin - Le Vie dei Canti

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Nathan Filer – Chiedi alla luna

Nathan Filer - Chiedi alla luna

Leggi l’articolo/recensione del libro:
https://ilcestinodistorie.wordpress.com/2013/10/16/chiedi-alla-luna-il-diario-di-un-ragazzo-schizofrenico-il-punto-di-vista-di-un-professionista/

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“Chiedi alla luna”. Il diario di un ragazzo schizofrenico, il punto di vista di un professionista

chiedallalunaArriviamo subito al succo: questo romanzo è da leggere. Per tre semplici motivi. Punto primo, è scritto bene. Punto secondo, mostra intelligentemente un prima ed un dopo. Punto terzo, la malattia non è l’unico aspetto preso in considerazione.

Ma entriamo nel dettaglio. Nathan Filer, l’autore del libro, è un giovane infermiere inglese specializzato nell’assistenza a pazienti con malattie mentali. Ha scritto questo romanzo, ha prodotto cortometraggi e spettacoli teatrali. Ed ha reso un gran favore al disagio mentale descrivendolo con garbo e chiarezza.

L’impianto del racconto prevede la narrazione in prima persona del giovane protagonista, Matthew Homes. L’idea orginale e di ottima resa è quella di affiancare la narrazione diretta alla trascrizione di un vecchio diario. Ciò permette di cogliere maggiormente le differenze temporali ed umorali.

La trama è, brevemente, questa: Matthew assiste alla morte del fratello maggiore, affetto da una malattia grave. La morte, un mistero per gran parte del libro, cambia la sua vita e la sua famiglia che, senza sapere come fare, tenta disperatamente di reagire. Ma a dolore si somma altro dolore: al protagonista viene diagnosticata la schizofrenia. Inizia dunque il percorso, complicato e surreale, attraverso i servizi di cura e la difficile accettazione.

Una sintesi che, come tutti i riassunti, non può rendere il turbinio di emozioni scaturito dalla lettura di questo splendido romanzo.

Provo, come sempre, a darvi alcune suggestioni. Ecco come Matthew descrive la reazione della madre dopo la morte del fratello:

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E come parla della scrittura come strumento terapeutico:

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Ma veniamo alla malattia e alla sua descrizione. Il centro del racconto è non tanto sulla malattia ma su come essa influenzi la vita del protagonista. E delle persone che gli sono accanto. Davvero interessante è la presa di posizione implicita dell’autore sul funzionamento dei Servizi psichiatrici inglesi, ponendo l’accento su quanto spesso essi finiscano per dimenticare la persona e centrarsi sulla malattia.

Ma eccola gli effetti della schizofrenia descritti dal protagonista:

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E poi c’è l’egoismo, punto davvero troppo poco spesso affrontato in letteratura.

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Dott. Dario Fieni

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Blaise Pascal – Pensieri

Blaise Pascal - Pensieri

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Parole, parole, parole! Sviluppo del linguaggio e suo rapporto con l’inconscio.

parole parole paroleLa produzione letteraria è il prodotto di una attività creativa che ha come fine quello di rappresentare la vita fantasmatica o reale dell’umanità, avvalendosi del linguaggio. Il linguaggio non è altro che il complesso dei suoni con cui l’uomo esprime i propri pensieri e i propri sentimenti.

Ma come nasce il linguaggio? Che rapporti ha con l’inconscio?

Il linguaggio verbale dipende dalla grammatica, dalla sintassi e dalle regole logiche che sono alla base della formazione di un discorso. La parola è inserita in un sistema più o meno rigido di leggi e promuove una esperienza intermedia, permettendo alle emozioni di diventare esperienza di comunicazione. È però vero che ogni individuo è vittima di una tensione interna che, da una parte, per il desiderio di essere compresi, spinge ad accettare un codice imposto, e dall’altra cerca l’impenetrabilità per esigenze narcisistiche. La lingua è dunque uno strumento opaco, rigido, codificato, che oppone una resistenza intrinseca alla manifestazione della soggettività. Ma è anche mezzo, unico o perlomeno il principale, che consente di comunicare.

Secondo Freud allorché nel lattante aumentano gli stimoli ma senza un adeguato soddisfacimento, si ha una allucinazione dell’appagamento dei propri bisogni interni. Come prima reazione a tale fenomeno l’infante attua una scarica motoria nell’urlo e nel dimenarsi e col tempo impara a controllare tali reazioni e a dare loro un connotato espressivo. In questa fase il bambino, disperandosi, impara a sostituire le cose con delle rappresentazioni di esse. Ma la vera attenuazione della tensione originaria si attua al passaggio nella fase successiva. Infatti dall’urlo inarticolato il bambino, con la maturità, passerà alla concettualizzazione e alla verbalizzazione. La nascita del linguaggio sarebbe, quindi, legata alla capacità di tradurre in simboli. Dalla rappresentazione della cosa si passa alla rappresentazione della parola. Come ha scritto Ferrari, «questo passaggio da una energia libera a un’energia legata, questo bisogno di elaborare psichicamente, di controllare e dominare una tensione ritenuta insopportabile è qualcosa di connaturato al funzionamento del nostro apparato psichico» (Ferrari, 1994).

Quindi la verbalizzazione è primariamente attuata per associare al sollievo derivante dalla scarica motoria quello relativo alla elaborazione psichica. La verbalizzazione nasce ed è necessaria per padroneggiare una angoscia, ma essa agli esordi non è comunicazione. Attraverso la relazione con la rappresentazione della parola, la rappresentazione della cosa viene sovrainvestita e ciò genera il preconscio. Ciò rende possibile la sostituzione del processo primario con quello secondario.

Da ciò è possibile dedurre il perché la psicoanalisi si possa fondare sull’uso della parola come mezzo interpretativo. Infatti per Freud il rappresentante conscio non è altro che un vero e proprio linguaggio che ha come fine quello di concettualizzare il rappresentante inconscio. E ciò avverrebbe tramite l’utilizzo di un codice – il linguaggio per l’appunto – socialmente riconosciuto (Galimberti, 1992). Da qui la possibilità di arrivare ai contenuti inconsci degli individui per mezzo delle parole.

Il linguaggio verbale, nell’ottica freudiana, permette di manifestare e rendere un fenomeno storico l’inconscio. Questo avviene pur essendo i due linguaggi – quello verbale e quello inconscio – diversi. Per Freud questo sembra non apparire un problema insormontabile. Le associazioni avverrebbero spontaneamente una volta allentati i freni e le censure nel corso dell’analisi stessa.

È un problema di traduzione. Il linguaggio è diventato lo strumento comunicativo per eccellenza nell’essere umano, ma ciò ha portato un sistema predefinito e imposto culturalmente ad adattarsi alle attività psichiche umane (e viceversa). Il linguaggio per Freud può essere utilizzato per tradurre ed espletare il materiale inconscio, che in questo modo può essere comunicato e reso oggetto di analisi. Ma le parole in analisi filtrano con il linguaggio razionale le realtà interne ed esterne all’individuo, realtà che vengono ad essere deformate. Infatti l’essere umano è un sistema dinamico e circolare, il linguaggio è, di contro, un sistema simbolico, statico e lineare; quest’ultimo (digitale) soggioga la realtà fino a renderla ordinata e rispondente al proprio senso di linearità.

Il linguaggio verbale, come detto, nascerebbe nel bambino dalla necessità di concettualizzare una tensione originaria. È un’esigenza. Ma ogni bambino, però, utilizzerà fra le tante lingue quella  proposta dalla propria cultura.

Tutte queste dinamiche si compiono nell’individuo in determinati momenti dello sviluppo. Per Freud esisterebbero diverse tappe (Arrigoni, Barbieri 1998):

1.      In un primo momento il bambino, indipendentemente dalle stimolazioni esterne, crea un proprio linguaggio. I suoni sono associati alle presentazioni-di-cosa e con essi formano un tutt’uno. Ma tali suoni non vengono percepiti come provenienti dall’esterno. Allorquando i suoni organizzati nel linguaggio interno si separano da quelli organizzati nel linguaggio esterno si ha la costruzione del campo del linguaggio, primo passo per la strutturazione psichica. In questa fase, infatti, si formerebbero il Preconscio (deposito delle presentazioni-di-parola), l’Inconscio (dove in un secondo momento vengono spostate dal Preconscio le presentazioni-di-cosa) e il Conscio (le cui rappresentazioni deriverebbero dalla connessione tra le presentazioni-di-parola del Preconscio e presentazioni-di-cosa che appartengono all’Inconscio).

2.      Il bambino impara il linguaggio che ode dagli adulti. Ciò avviene con la separazione dalle presentazioni-di-cosa che si trovano nell’Inconscio dei suoni, i quali vengono organizzati in un linguaggio comunicabile. Il suono crea il legame che unisce le presentazioni-di-cosa nel pensiero inconscio e le porta alle rappresentazioni del pensiero conscio. Il pensiero preconscio (verbale) unisce il livello primario al livello secondario dell’attività psichica.

Fondamentale per lo sviluppo dell’apprendimento del linguaggio è la fonetica. Per esempio, nel sogno le deformazioni verbali assomigliano alle deformazioni verbali che avvengono nell’infanzia e le parole sono trattate come oggetti. Negli atti mancati la parola viene pronunciata per il suo valore fonetico e non per il suo significato.

Per la Klein, invece, il linguaggio verrebbe creato per il riconoscimento e la separazione degli oggetti esterni dal soggetto stesso. Perché ciò avvenga è quindi necessario che nel bambino si sia sviluppato e maturato l’Io. La maturazione dell’io e la capacità di considerare l’oggetto e la sua assenza avverrebbero nel passaggio dalla posizione schizoparanoide a quella depressiva (Klein, 1930).

Winnicott invece ha centrato il suo approccio teorico allo sviluppo del linguaggio sulla diade madre-bambino. Ogni bimbo arriva al linguaggio in una fase di relazione simbiotica con la figura materna e solo tramite esperienze transizionali la comunicazione passerebbe da essere pre-verbale a verbale. Anche le parole e il linguaggio sarebbero una sorta di oggetto intermedio che ha per funzione quella di oscillare tra riconoscimento di sé e quello dell’oggetto esterno (Winnicott, 1953).

Anche Bion rivede nella relazione madre-bambino la chiave per lo sviluppo del linguaggio. Egli però ritiene che il bambino prima crei un linguaggio interiore originato dalla creazione di simboli. Simboli non generati dall’ascolto o ripetizione del linguaggio udito, ma collegati al mondo materiale esterno. Il passo successivo prevede che il bimbo, utilizzando i simboli interiorizzati, produca suoni che, decodificati ed adattati alla realtà dalla madre o dal caregiver, diventeranno un linguaggio verbale vero e proprio (Bion, 1962).

Differente è la posizione di Lacan. Lo psicoanalista francese parte dal presupposto che «l’inconscio è strutturato come un linguaggio», e come tale è transindividuale. I segni linguistici non sarebbero espressione del pensiero umano ma preesisterebbero ad esso.

La parola quindi sarebbe al centro di tutta l’analisi lacaniana. «La psicoanalisi non ha che un medium: la parola del paziente» (Lacan, 1953). Tale parola riordinando il mondo delle cose le crea. Lacan porta agli estremi la centralità del linguaggio, tanto da considerare l’uomo come pensato dal linguaggio stesso. A tal proposito l’obiettivo ambizioso di Lacan sarà quello di rivedere la psicoanalisi attraverso la lente della linguistica. Sostituì, per esempio, i concetti di condensazione e di spostamento con i loro corrispettivi linguistici e cioè la metafora e la metonimia.

La funzione formativa e regolativa del linguaggio lacaniano fa sì che il genere umano, contro la propria natura biologica, addivenga ad un patto condiviso dalla comunità, dando luogo alla nascita della cultura.

L’attività linguistica è sì fonte delle rappresentazioni psichiche individuale, ma è pur vero che essa non ha la capacità di tradurre esattamente la realtà esterna e i bisogni. Questo rende l’essere umano incapace di superare la dimensione simbolica. L’affettività, dunque, è legata intimamente alla simbologia del linguaggio; quest’ultima però, vincolando e costringendo l’uomo a codici linguistici prestabiliti, traduce l’oggetto in una sua rappresentazione che, necessariamente, non è esaustiva della realtà oggettuale. L’individuo percepirà, quindi, la mancanza e il rimpianto per un oggetto perduto, rinviando all’“Altro” – inteso lacanianamente come ordine linguistico e il complesso dei suoi codici – i desideri non realizzati (Lacan, 1966).

Affrontato il problema del rapporto-dipendenza tra linguaggio e inconscio e la loro genesi, è necessario domandarsi, ora, cosa possa essere definito linguaggio. Watzlawick, Beavin, Jackson (1967) hanno identificato cinque assiomi che identificano qualsiasi linguaggio.  I primi tre assiomi sono sulle caratteristiche generali del linguaggio. Gli ultimi due assiomi sono inerenti i diversi tipi di comunicazione.

1)      Il primo afferma che è impossibile non comunicare. Anche i comportamenti che sono finalizzati alla non comunicazione di fatto comunicano qualcosa.

2)      Ogni comunicazione è fatta di due componenti: una di contenuto e una di relazione. Qualsiasi comunicazione ha in sé messaggi di metacomunicazione sulla qualità della comunicazione in atto.

3)      Gli eventi sono disposti in sequenza in un discorso comunicativo e tale disposizione è necessaria per la strutturazione di qualunque linguaggio.

4)      La comunicazione si dividerebbe in: comunicazione analogica (la componente non verbale e relazionale del linguaggio) e comunicazione digitale (fatta di e da segni arbitrari – linguistici – esistenti per convenzione e focalizzata sul contenuto del messaggio comunicativo).

5)      E sarebbe anche suddivisibile in: comunicazioni simmetriche (gli interlocutori danno lo stesso contributo e lo stesso ruolo o perlomeno simile) e comunicazioni complementari (che invece sono diseguali).

Altra distinzione è sulla semantica delle parole. Lyons (1977) ha considerato il “significato linguistico” delle parole e ha visto come altri autori lo abbiano trattato e scomposto. Ha potuto evidenziare tre componenti: un significato descrittivo (o anche chiamato “referenziale”, “preposizionale”, “nozionale”); un significato sociale (consistente nell’espressione delle categorie sociali quali il genere, la classe sociale, l’etnia e così via); ed un significato espressivo (o “affettivo” o “emotivo”, e che rappresenterebbe i sentimenti, gli umori, le disposizioni e gli atteggiamenti di chi scrivi o articola delle parole. Varianti di questo modello sono state proposte da autori quali: Malinowski (1923), Sapir (1927), Jesperson (1923),  Bühler (1934), Bally (1952), Ullman (1964), Firth (1957), la scuola di Praga (Sampson, 1980; Vachek, 1964); anche se alcuni dettagli di tale teorizzazione divergono significativamente da autore ad autore (Besnier, 1990).

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